Giugno ha questa strana influenza sulla mia vita, mi condiziona in un modo che ancora mi è oscuro. Inizia giugno e sono così contenta, le reminescenze delle scuole sono difficili da cancellare, è come se il mio corpo fosse istruito solo per rilassarsi e gioire perché arrivano le vacanze. Così i primi giorni sto in quel limbo sospeso di autocompiacimento, che in realtà di per se non ha alcun motivo d’essere; avrebbe senso se io avessi fatto qualcosa di utile, ma in effetti, a parte vegetare come ogni medio essere umano, non c’è nulla di rilevante da considerare.
Comunque, limbo si diceva. Ma dato che il limbo è stato ufficialmente abolito neppure io posso crogiolarmi in questa non condizione per lungo tempo. Dopo qualche giorno di apatia inizia la seconda fase: oddio è giugno! Che tradotto in altri termini può anche voler dire “siamo a metà anno”, e questa considerazione banalissima mi prostra per parecchi giorni a venire. Metà anno. Ancora una volta. E io sono ferma con l’età, ma non per un vezzo femminile, sono proprio ferma, che se qualcuno a bruciapelo mi chiede quanti anni ho rispondo con due anni di ritardo, e nei momenti peggiori mi tocca fare il conto a partire dalla data di nascita. Giugno, sesto mese, e tutto scivola via così velocemente. Tralasciamo le paranoie consuete su quello che non ho fatto e quello che avrei potuto fare, la mancanza di tempo e il latte versato su cui liberare un metaforico pianto. Ecco, diciamo che i famosi buoni propositi di capodanno io li traslo a giugno. Bella pensata eh, con il caldo che ci mette lo zampino e rende il tutto ancora più angosciante. Va beh che all’inizio il caldo non è che si sia reso molto disponibile, ma a me va bene pure così, tanto per quello che faccio la pioggia è anche gradita, almeno si dorme bene di notte e non mi tocca aggirarmi come un bradipo per casa a cercare quel refolo di aria tra due finestre. E se vogliamo dirla tutta, dato che io non sono in vacanza e che sono pure un po’ egoista quando ho le paranoie, se diluvia sulle chiappe di chi è steso a rosolarsi in spiaggia io rido tantissimo. Tra un mese me le merito io le vacanze, e se dovesse piovere sulle mie di chiappe che sia, è giusto così. No non è vero, se va a mio discapito è estremamente ingiusto, ma tanto ormai mi è chiaro che la mia capacità di trasferire le sfighe sugli altri si è arrugginita.
Continuo a pensare e i giorni continuano a passare, una serie di impegni in calendario che cadenzano le attività. Il resto è riempimento sbuffante, poca voglia che si concentra tutta nel dolce dormire. Inizia la vera estate, come molti dicono, e la gente si sveste e comincia un mondo, un mondo diverso, ma fatto di sesso. O almeno è quello che si vuol far credere. Donne è arrivato l’arrotino! E vai di coscia al vento, gamba perfettamente depilata con corredo di olio luccicante che occhieggia a lussurie da letto. Sandali, infradito, zoccoli, ciabatte, piedi nudi come se piovesse. E difatti piove il giorno che io lascio le dita libere. Uomini dal pacco in evidenza allargano le spalle e gonfiano il petto mentre inspirano con aria saputa l’ennesima sigaretta. È lì, siede davanti a me sul treno, con goccioloni di sudore che mal si intonano agli occhialoni D&G, maglietta arancione aderente con tre bottoni su quattro aperti sul torace, pantaloni a quadretti corti sotto al ginocchio il cui vero nome sarebbe pinocchietti ma fa poco tronista fico. Tira fuori il computer, lo rimette a posto dopo tre minuti tre mentre la gamba gli cuoce, si appoggia di sbieco allo schienale e osserva fuori dalla finestra. Butta l’occhio, passa la pulzella dal sodo fondoschiena, segue il movimento girando il collo con noncuranza e cercando di non farsi notare da me, poi torna a guardare fuori dal finestrino ma il riflesso del sole nemico svela la traiettoria dell’occhio, che cade nell’abbondante scollatura della mia vicina di sedile. Attaccare bottone con Miss Poppe è ardua, parla al telefono per tutto il tragitto, attaccare bottone con me è forse più semplice, se non fosse che sono in deficit idrico e penso solo a fontane, ghiacciai, cascate, gavettoni, pistole d’acqua. Arrivo finalmente a casa con la vescica che scoppia; se sono rimasta indietro di due anni con l’età anagrafica, allora sono rimasta allo stato di poppante quando penso troppo ai liquidi.
Le persone che affrontano i primi caldi sono proprio brutte. Guardatevi in giro, sembrano tutti enormi sacchi della spazzatura, quelli neri che diventano roventi se li si lascia a macerare al sole. Si trascinano stancamente fingendo euforia, un piede dopo l’altro, lenti come se l’asfalto li trattenesse, i vestiti che sembrano sciogliersi in spasmi attorno al corpo. Anche io sia chiaro, mi sento un sacchetto rigonfio di noccioli di pesca e avanzi di melone, porto il mio fardello dove deve essere senza troppe deviazioni, pianifico ogni uscita in modo da fare tutto in una volta e non dover poi più uscire. La sera gli avanzi di melone fermentano e gli effluvi mi intontiscono fino a farmi addormentare.
Questo è giugno. Questo è quello che mi ha trattenuta. Questo mi capita di pensare quasi tutti gli anni. Questo codesto quello.
E per fortuna oggi è l’uno.
Comunque, limbo si diceva. Ma dato che il limbo è stato ufficialmente abolito neppure io posso crogiolarmi in questa non condizione per lungo tempo. Dopo qualche giorno di apatia inizia la seconda fase: oddio è giugno! Che tradotto in altri termini può anche voler dire “siamo a metà anno”, e questa considerazione banalissima mi prostra per parecchi giorni a venire. Metà anno. Ancora una volta. E io sono ferma con l’età, ma non per un vezzo femminile, sono proprio ferma, che se qualcuno a bruciapelo mi chiede quanti anni ho rispondo con due anni di ritardo, e nei momenti peggiori mi tocca fare il conto a partire dalla data di nascita. Giugno, sesto mese, e tutto scivola via così velocemente. Tralasciamo le paranoie consuete su quello che non ho fatto e quello che avrei potuto fare, la mancanza di tempo e il latte versato su cui liberare un metaforico pianto. Ecco, diciamo che i famosi buoni propositi di capodanno io li traslo a giugno. Bella pensata eh, con il caldo che ci mette lo zampino e rende il tutto ancora più angosciante. Va beh che all’inizio il caldo non è che si sia reso molto disponibile, ma a me va bene pure così, tanto per quello che faccio la pioggia è anche gradita, almeno si dorme bene di notte e non mi tocca aggirarmi come un bradipo per casa a cercare quel refolo di aria tra due finestre. E se vogliamo dirla tutta, dato che io non sono in vacanza e che sono pure un po’ egoista quando ho le paranoie, se diluvia sulle chiappe di chi è steso a rosolarsi in spiaggia io rido tantissimo. Tra un mese me le merito io le vacanze, e se dovesse piovere sulle mie di chiappe che sia, è giusto così. No non è vero, se va a mio discapito è estremamente ingiusto, ma tanto ormai mi è chiaro che la mia capacità di trasferire le sfighe sugli altri si è arrugginita.
Continuo a pensare e i giorni continuano a passare, una serie di impegni in calendario che cadenzano le attività. Il resto è riempimento sbuffante, poca voglia che si concentra tutta nel dolce dormire. Inizia la vera estate, come molti dicono, e la gente si sveste e comincia un mondo, un mondo diverso, ma fatto di sesso. O almeno è quello che si vuol far credere. Donne è arrivato l’arrotino! E vai di coscia al vento, gamba perfettamente depilata con corredo di olio luccicante che occhieggia a lussurie da letto. Sandali, infradito, zoccoli, ciabatte, piedi nudi come se piovesse. E difatti piove il giorno che io lascio le dita libere. Uomini dal pacco in evidenza allargano le spalle e gonfiano il petto mentre inspirano con aria saputa l’ennesima sigaretta. È lì, siede davanti a me sul treno, con goccioloni di sudore che mal si intonano agli occhialoni D&G, maglietta arancione aderente con tre bottoni su quattro aperti sul torace, pantaloni a quadretti corti sotto al ginocchio il cui vero nome sarebbe pinocchietti ma fa poco tronista fico. Tira fuori il computer, lo rimette a posto dopo tre minuti tre mentre la gamba gli cuoce, si appoggia di sbieco allo schienale e osserva fuori dalla finestra. Butta l’occhio, passa la pulzella dal sodo fondoschiena, segue il movimento girando il collo con noncuranza e cercando di non farsi notare da me, poi torna a guardare fuori dal finestrino ma il riflesso del sole nemico svela la traiettoria dell’occhio, che cade nell’abbondante scollatura della mia vicina di sedile. Attaccare bottone con Miss Poppe è ardua, parla al telefono per tutto il tragitto, attaccare bottone con me è forse più semplice, se non fosse che sono in deficit idrico e penso solo a fontane, ghiacciai, cascate, gavettoni, pistole d’acqua. Arrivo finalmente a casa con la vescica che scoppia; se sono rimasta indietro di due anni con l’età anagrafica, allora sono rimasta allo stato di poppante quando penso troppo ai liquidi.
Le persone che affrontano i primi caldi sono proprio brutte. Guardatevi in giro, sembrano tutti enormi sacchi della spazzatura, quelli neri che diventano roventi se li si lascia a macerare al sole. Si trascinano stancamente fingendo euforia, un piede dopo l’altro, lenti come se l’asfalto li trattenesse, i vestiti che sembrano sciogliersi in spasmi attorno al corpo. Anche io sia chiaro, mi sento un sacchetto rigonfio di noccioli di pesca e avanzi di melone, porto il mio fardello dove deve essere senza troppe deviazioni, pianifico ogni uscita in modo da fare tutto in una volta e non dover poi più uscire. La sera gli avanzi di melone fermentano e gli effluvi mi intontiscono fino a farmi addormentare.
Questo è giugno. Questo è quello che mi ha trattenuta. Questo mi capita di pensare quasi tutti gli anni. Questo codesto quello.
E per fortuna oggi è l’uno.
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lavato, stirato, piegato e riposto in:vita vissuta, inquietudine e fastidio
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